Come perdere l'identità: il caso della Scozia.

La Scozia è uno di quei luoghi nel mondo che ha sempre suscitato un fascino particolare: sarà per le grandi distese di verde, il suono duro delle cornamuse, la particolarità del kilt (chi potrebbe mai immaginarsi che una “gonna” indossata da un uomo possa diventare simbolo di virilità), le leggende degli antichi castelli e di Nessy, il Mostro di Lochness o gli antichissimi clan tutt’ora esistenti. O ancora la cosiddetta “cultura pop” che ha trovato in Scozia una terra florida: come possiamo dimenticare “Highlander- L’ultimo immortale”, film del 1986 con Christian Lambert, che vede le gesta di Conner McLaud, un guerriero di un clan scozzese che scopre di essere immortale, o il macchiettistico Willie, della fortunata serie “The Simpsons”, che incarna per l’appunto tutti gli stereotipi anglo-sassoni riguardo gli scozzesi, per poi andare a William Wallace, interpretato magistralmente da Mel Gibson in “Braveheart-Cuore Impavido”, il cui grido “libertà” continua ad emozionare.

La Scozia ha una storia secolare, la Scozia è romantica, la Scozia ci ha sempre dato l’idea di un mondo integro, che ha sempre resistito davanti ai condizionamenti esterni.

Eppure, negli ultimi tempi, pare che la Scozia, come molti paesi del mondo, si sia sempre più adeguata alle dinamiche mondialiste e globaliste imperanti. Ma, per dovere di cronaca, occorre andare per ordine: non avrebbe altresì senso occuparci di un’analisi storiografica del paese, ma reputiamo il caso di partire dal 2014. In quell’anno si tenne (l’ennesimo) Referendum per decidere se la Scozia dovesse diventare o meno uno Stato Indipendente, e quindi separarsi dal Regno Unito; la campagna elettorale non si fermò soltanto in Gran Bretagna, ma ebbe un grande valore mediatico in tutto il Continente, e non solo. Gran parte degli osservatori interni, ed esterni, davano quasi per scontata una vittoria del “Sì”, e quindi di una separazione ufficiale, ma il Mondo dovette ricredersi, con una vittoria del “No” al 55,30%.

Le reazioni, ovviamente, furono disparate: di fronte ad un “sospiro di sollievo” provato dalla comunità internazionale, e dal Regno Unito, dall’altra parte, sul fronte “identitario” fu vista come una speranza persa.

Dal nostro punto di vista possiamo considerarlo tranquillamente uno dei primi segnali della perdita d’identità scozzese.

Eppure, nonostante la “sconfitta” al Referendum, il Governo Britannico ha iniziato diverse manovre di “devolution” nei confronti della Scozia, che hanno portato oggi ad un maggiore valore del Governo e del Parlamento, anche se la maggior parte delle prerogative rimangono in mano a Londra.

D’altro canto, le posizioni scozzesi sono sempre più orientate verso un avvicinamento all’ Unione Europea, e il dato più importante è molti dei voti contrari alla Brexit sono arrivati proprio dai guerrieri in kilt.

Da ciò fin qui descritto si potrebbe avere l’idea di un popolo “confuso”: da un lato l’idea “romantica” e identitaria che sembri farla da padrone, ma che poi, rimane attaccata ancora al guinzaglio londinese, ma poi nuovamente pronta ad affidarsi ad un nuovo padrone con sede a Bruxelles.

In realtà tutti questi non sono altro che tasselli di un progetto politico ben definito: la Scozia non è più quella degli eroi “romantici” alla William Wallace, che erano pronti a morire pur di difendere la propria terra, bensì è diventata terra fertile di un progetto mondialista a favore del servilismo più estremo.

L’ultimo caso che ha portato nuovamente il Governo di Edimburgo sui riflettori di tutto il mondo, è che, come annunciato dal Ministro dell’Educazione John Swinney, la Scozia sarà il primo paese al mondo ad introdurre in tutte le scuole, e a tutti i livelli di formazione, una educazione “LGTB-inclusive”. Ci si chiederà dunque, in che cosa consisterà questo nuovo approccio. Ebbene, citando il “The Guardian”, «incorporare l’educazione “Lgbti inclusive” lungo tutto il curriculum e attraverso tutte le materie» e «non sarà prevista alcuna esenzione o rinuncia». Inoltre questa nuova manovra comporterà l’utilizzo di nuovi materiali scolastici che tratteranno temi come la lotta all’omofobia e alla transfobia.

Tutto “normale” davanti alla comunità internazionale, ma siamo davvero sicuri che lo sia?

La Scozia negli ultimi anni ha sostituito le lotte per l’identità in favore delle “lotte arcobaleno”: è un vero è proprio “boom rosa” quello esploso nel Nord della Gran Bretagna. Sono ormai note le affermazioni dell’ex leader Laburista scozzese Kezia Dugdale che definì il Parlamento Scozzese come “il più gay del mondo” dal momento che 4, su 6 leader politici, avevano pubblicamente fatto “coming out” (ossia, avevano dichiarato apertamente la propria omosessualità).

Tutto ciò ha portato in Scozia una grande “apertura mentale” davanti a questi temi, tanto è vero che oggi viene considerata uno dei poli progressisti più importanti e all’avanguardia; ma in contrapposizione bisogna considerare il grande malcontento che questa ennesima manovra contro il popolo ha provocato. Se da un lato abbiamo il plauso progressista che canta e festeggia al grido di “love wins” con costumi arcobaleno, dall’altro lato abbiamo la reazione del popolo: in prima linea il mondo cristiano, unito in blocco contro la manovra in quanto anche le scuole cattoliche e protestanti dovranno attenersi a questa nuova manovra; in secundis buona parte della società civile, in particolare le aree rurali, stanno manifestando il loro malcontento.

Dure le parole di Simon Calvert del Christian Institute: «Le lezioni di matematica dovrebbero riguardare la matematica, non le politiche Lgbt, i genitori, gli alunni e gli insegnanti si aspettano che la scuola faccia tutto il possibile per fermare ogni tipo di bullismo, ma non vogliono vedere una discutibile agenda politica incorporata nel curriculum. In Scozia c’è diversità di convinzioni sulle questioni Lgbt e l’approccio scelto dal governo scozzese presuppone che la visione accettabile sia solo una».

Siamo davanti all’ennesima dimostrazione del pensiero unico dominante capitalista che, nella comunità LGBT+, trova uno dei suoi massimi supporti; d’altro canto, la visione di un individuo “unisex” che sceglie in base alla propria personalità il proprio “genere” e il proprio orientamento, è il figlio perfetto di un sistema che ha fatto del consumo fine a se stesso il proprio mantra.

 

Per citare nuovamente William Wallace in Braveheart: “Certo, chi combatte può morire, chi fugge resta vivo, almeno per un po'... Agonizzanti in un letto fra molti anni da adesso, siate sicuri che sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere l'occasione, solo un'altra occasione di tornare qui sul campo ad urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!”.

E noi ci auguriamo proprio questo.