Il fallimento americano. Afghanistan: ''failed state'' e tomba degli imperi

L'interventismo contemporaneo può essere descritto con la sua divisione in due concetti chiave: rough state e failed state. I rough states sono i cosiddetti stati canaglia, nazioni che per un'enorme varietà di motivi possono provocare le ire dei governi occidentali fino ad un intervento armato che inizia con l'invasione del relativo territorio fino all'occupazione e la conseguente normalizzazione del rapporto subordinato. Gli esempi qui si sprecano. 

Dopo che il rough state è stato occupato, è risultato varie volte molto complesso iniziare il processo di normalizzazione e stabilizzazione della società, soprattutto dopo aver appoggiato fazioni o milizie locali che non perseguono esattamente lo stesso obbiettivo delle potenze occupanti. In questo caso le forze armate di occupazione ingaggiano a tempo indeterminato un'ulteriore guerra, anche dopo aver abbattuto il governo che rendeva lo stato una canaglia. Probabilmente convinti della propria superiorità morale e allo stesso tempo militare, gli occupanti possono contribuire per anni a peggiorare il conflitto, fino a passare da una posizione favorevole di forza ad una di debolezza, quando i gruppi locali prendono il sopravvento sul conflitto. Le vicende che caratterizzarono la seconda metà del secolo scorso diedero vita ad uno dei più eclatanti failed state mai creati, la Somalia, che ancora oggi, dal 1991, non ha ancora raggiunto un equilibrio interno, anche grazie all'entrata in scena prima delle attività di pirateria e dopo delle fazioni islamiste di Al-Shabaab. La Somalia rappresenta il fallimento del tentativo ONU di creare un nuovo ordine regionale attraverso l'intervento armato occidentale. 

 

L'Afghanistan rappresenta il più recente fallimento americano, l'ultimo failed state. Dopo aver combattuto contro l'Impero Britannico, prima la Russia zarista e poi quella sovietica ed ora l'America, la nazione afghana può essere definita a buon titolo la tomba degli imperi. Un fallimento che però sembra essere stato disastroso e ''sofferto'' fino ad Obama, mentre con Trump è stata sempre più evidente la volontà di disimpegno da parte dell'amministrazione americana  nell'occupazione dell'Afghanistan. Le ragioni sono varie, e sembrano intrecciarsi l'una con l'altra in maniera quasi provvidenziale per l'attuale governo americano. Con Obama gli Stati Uniti si erano già resi conto delle difficoltà di operare militarmente in due diversi fronti, Iraq e Afghanistan, ed è proprio qui che non si vedevano risultati in nessuna direzione, i talebani sono riusciti ad organizzarsi sempre meglio arrivando a controllare le più importanti vie di comunicazione che passano per il territorio afghano e che collegano l'Asia e il Vicino Oriente. Quindi ad oggi, i costi di questa guerra per l'amministrazione americana hanno superato i 2,5 triliardi di dollari in quasi venti anni, una cifra pazzesca se si pensa ai propri rivali, talebani mal addestrati e coordinati tra loro in modo ancora peggiore. 

 

Trump vuole disimpegnare gli Stati Uniti da Siria e Afghanistan per impegnarsi in nuove regioni. I futuri scenari si sposteranno lentamente dal Medio Oriente all'Estremo Oriente, in Asia. Da tempo stanno aumentando i movimenti nel Mar Cinese, e dopo il ristabilimento dei rapporti tra Sud e Nord Corea, l'obbiettivo rimasto nel mirino americano è la Cina. Avendo perso guerre militari, l'America ora potrebbe cercare di aprire una guerra su due fronti, ma a livelli diversi: attualmente è in corso una guerra economica con la Cina che vede in enorme svantaggio gli Stati Uniti, questi ultimi non possono permettersi di lasciar vincere il governo di Xi Jinping in campo economico, quindi sarebbe saggio spostare l'attenzione in Asia dove enclavi neocoloniali come Taiwan e Sud Corea da anni difendono gli interessi atlantici nell'Estremo Oriente. Prossimamente al fronte economico potrebbe affiancarsi un fronte militare.

 

Ma il risultato veramente strategico che può fruttare dal disimpegno americano in Afghanistan è il ruolo dei talebani nel contesto dell'ostilità verso l'Iran. Esattamente come avvenne con l'Unione Sovietica, gli Stati Uniti possono sfruttare la normalizzazione dei rapporti con i talebani per scatenarli all'occorrenza contro la Repubblica sciita. Dopo aver scaricato i ribelli siriani e altre fazioni islamiste, dopo l'abbandono totale dei curdi, il nuovo ''contingente'' americano nella regione potrebbero essere proprio i talebani, soprattutto dopo l'indebolimento dell'ISIS. Per decenni, Teheran ha sostenuto gli Hazara, una minoranza sciita e il terzo gruppo etnico in Afghanistan. Negli anni '90, il governo dei talebani represse gli Hazara, escludendoli politicamente, isolandoli economicamente e uccidendone più di 1.000 durante la guerra civile scoppiata dopo il ritiro sovietico del 1989. Le tensioni si sono intensificate nel 1998, quando i talebani hanno ucciso nove diplomatici iraniani che lavoravano presso un consolato nel nord di Mazar-i-Sharif. 

 

L'attuale situazione afghana non favorisce l'equilibrio al confine iraniano. Il territorio dell'Afghanistan è diviso tra il governo centrale e i talebani, l'Iran ha tutto l'interesse affinché il conflitto finisca e lo stato sia pacificato. Disimpegnandosi e cambiando le carte in tavola gli Stati Uniti stanno contribuendo alla stagnazione del conflitto e alla destabilizzazione dell'intera regione ai danni principalmente dell'Iran, poiché il Pakistan ha avuto meno problemi e ovviamente un diretto supporto americano. L'Iran è forse il motivo principale per cui la coalizione atlantica non ha mai cercato realmente di stabilizzare l'equilibrio afghano. Il chaos regionale colpisce, oltre ai civili, anche e soprattutto l'Iran.